martedì, 02 gennaio 2007
author: lonesheq76 @ 01:23
category: quarta guerra mondiale
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     La quarta guerra mondiale: come è cominciata, che cosa significa e perché dobbiamo vincerla. Questo è il sottotitolo dell'agile volume di Norman Podhoretz, presentato in traduzione italiana da Lindau (Edizioni Lindau, Torino, pag 151, euro 16).
    Ma cosa si intende per quarta guerra mondiale? E' solo un modo di dire per indicare le sfide di questo inizio di millennio o si tratta letteralmente di una nuova e vera guerra che coinvolge il mondo intero? Per Podhoretz, ex direttore di Commentary e brillante anima del mondo neocon statunitense, si tratta di una vera e propria guerra: "la grande battaglia in cui gli Stati Uniti sono stati coinvolti dopo l'11 settembre può essere compresa soltanto se la concepiamo come la quarta guerra mondiale." Di questa guerra saremmo solo nella fase iniziale e l'Irak è soltanto il secondo fronte che si è aperto.
    A questo punto, però, è necessario fare un passo indietro, perchè, se abbiamo confidenza con le prime due guerre mondiali, potremmo non aver chiaro quale sia stata la terza. Secondo uno dei più autorevoli studiosi americani di strategia militare, Eliot A. Cohen, il nome corretto della cosiddetta guerra fredda, termine coniato dalla propaganda sovietica, dovrebbe essere ‘terza guerra mondiale'. Il conflitto che oppose Stati Uniti ed Unione Sovietica dal termine della Seconda Guerra mondiale alla caduta dell'Urss costituì una vera e propria guerra, che costò la vita di oltre 100 mila americani tra Corea e Vietnam, senza contare il sacrificio di quanti resistettero, nel silenzio del totalitarismo sovietico, all'annientamento della coscienza e della libertà, non ultima quella religiosa. Il conflitto che oppone oggi gli Stati Uniti ed i loro alleati all'islamismo radicale ed agli stati che appoggiano, proteggono e finanziano il terrorismo non è da meno, purtroppo. Secondo Cohen ci sono alcune caratteristiche fondamentali che accomunano le due guerre, la terza e la quarta mondiale: globalità, combinazione di iniziative militari e non, radici ideologiche, previsione di lunga durata e necessità di mobilitazione di notevoli capacità e risorse. A questi importanti elementi, Podhoretz aggiunge, acutamente, anche la presenza, in entrambi i conflitti, di una dottrina presidenziale: la dottrina Truman del 1947 e quella Bush del 2001.
    La dottrina Truman, dispiegatasi gradualmente nel corso degli anni, nacque nel '47 con l'annuncio che "la politica degli Stati Uniti doveva essere a sostegno dei popoli liberi che resistono contro la sottomissione da parte di minoranze armate o di pressioni esterne". L'approccio fu triplice, economico, politico e militare: da una parte il lancio dell'ambizioso programma di aiuti economici noto come Piano Marshall e dall'altro la creazione della North Atlantic Treaty Organization (NATO). Se la dottrina Truman rivelò a poco a poco il suo pieno significato, la dottrina Bush venne, invece, enunciata in modo pressochè completo nel discorso alla seduta plenaria del Congresso del 20 settembre 2001. Le macerie del World Trade Center erano ancora fumanti, quando Bush figlio, discostandosi dalle posizioni del padre e, forse, anche dalle sue stesse prima dell'11 settembre, annunciò all'America che era in guerra e che "nel nostro dolore e nella nostra rabbia abbiamo trovato la nostra missione e il nostro scopo". La missione e lo scopo erano chiari: "la nostra nazione libererà il suo popolo e il suo futuro da quest'oscura minaccia di violenza. Con il nostro impegno e il nostro coraggio, chiameremo a raccolta il mondo. Non ci stancheremo, non tentenneremo e non falliremo". Il proposito era forte e personale, tanto è vero che, alla fine del discorso, Bush usò la prima persona per enunciare i propri impegni verso l'America e gli americani tutti. Erano superati così, d'un botto, decenni di realismo politico, volto all'obiettivo di mantenere la stabilità. Dagli anni '70 si era tollerato ogni genere di oppressione in nome di una illusoria stabilità del Medioriente: lo stesso Bush padre non si era opposto a questo corso. Ma "in pratica, questo atteggiamento ha portato soltanto a meno stabilità e a più oppressione. Perciò, ho deciso di cambiare politica": ecco la conclusione, secca e precisa, di Dubya il 20 settembre 2001.
     La dottrina Bush, ulteriormente chiarita ed elaborata in tre successivi interventi (29 gennaio 2002, 1 e 24 giugno 2002), poggia su quattro pilastri: rifiuto del relativismo morale, spostamento della concezione di ‘terrorismo', non più considerato prodotto di fattori economici, affermazione del diritto di prevenzione, particolare attenzione per una soluzione del conflitto israelo-palestinese.
    Gli Stati Uniti, secondo Bush e secondo Podhoretz, hanno una responsabilità politica e morale, che la Storia ha posto sulle loro spalle. Se essi siano pronti ad affrontarla, ne abbiano il coraggio e la forza è l'interrogativo con cui si chiude questo brillante saggio: il verdetto definitivo, per l'autore, si avrà dopo le elezioni del 2004.

    Ebbene: le elezioni ci sono state e l'America ha risposto, indubitabilmente, sì.
(Da “Ragionpolitica”)
                Di Rita Bettaglio
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