domenica, 12 aprile 2009


Questo  è un momento  cruciale:   ci si sta preparando ad affrontare l'Iran,  se necessario,  e a questo scopo si  costruiscono  o si verificano gli  schieramenti,  e si fa  il possibile per accertarsi   che la Turchia sia  solidamente  dalla parte della NATO.   E' un momento    di decisioni  fondamentali importantissime per il futuro del mondo.

Consideriamo il  quadro  d'insieme: 

 Obama  a Praga ai primi di aprile conferma   che  il BMD  verrà costruito  se  persiste la minaccia  dell'Iran.  Implicitamente è come avesse detto  che,  tolta di mezzo la minaccia iraniana,   gli USA potrebbero  prendere in considerazione  l'idea  di non avere truppe NATO  alla frontiere   della Russia,  e   non  costruire un  sistema   di intercettazione anti-missili in  Polonia.   Ha  fatto capire  ai Russi:  se  siete con noi  contro l'Iran,  o  se per lo meno rinunciate a crearci  difficoltà nel caso che  sia necessaria  una guerra con l'Iran,   verrà  rispettata  la vostra sfera di influenza in Europa.  altrimenti  sfrutteremo  ogni spazio per togliervi  l'egemonia. 

-  Poi Obama va in Turchia e  fa un discorso al Parlamento  turco in cui   chiede e offre   amicizia e  alleanza,  riconosce un grande ruolo regionale ai Turchi,  sostiene  il  loro  diritto a entrare nella UE.    Questo avviene   qualche  dopo che i paesi NATO s'erano accordati con la Turchia  per  riconoscere al  primo ministro  turco  il vice- segretariato della NATO.

-   I Turchi hanno  nel frattempo  avviato trattative con gli  Armeni, evidentemente  per  pararsi le spalle.   Sono persino arrivati a dichiararsi disponibili ad una revisione storica dell'eccidio degli Armeni (fu genocidio, o non fu genocidio?)  e a lasciare il giudizio agli storici.  Se i Russi pensavano di usare la tradizionale inimicizia degli Armeni   verso i Turchi  per contenere l'influenza turca  nel Caucaso,   i Turchi  stanno cercando di  prevenire questa eventualità,   stabilendo   migliori rapporti con l'Armenia.   La reazione della   Russia pare arrivare a spese (di nuovo) della Georgia:  grandi manifestazioni contro Saakashvili,  che  prendono l'avvio proprio oggi,    potrebbero portare a un rovesciamento dell'attuale  governo filo-occidentale e  all'instaurazione di  un nuovo governo  filo-russo.

-   I  Turchi negli ultimi mesi hanno anche  avviato  trattative con la Siria,  per tentare  di allontanarla dall'alleanza con l'Iran,  promettendo  in cambio  la restituzione del Golan da parte di Israele.  Ha anche attaccato  verbalmente  ma molto pesantemente Israele  durante la guerra di Gaza,  probabilmente per guadagnare maggiore credibilità agli occhi degli Arabi  e dei Palestinesi stessi,  e contrastare l'influsso iraniano,  che  usa l'odio contro Israele  come arma  per destabilizzare i governi arabi moderati  e per  attirarsi la simpatia  degli estremisti islamici  un po' ovunque.  

-  A  Doha  a fine marzo i governi arabi moderati hanno tentato  di  isolare l'Iran e costruire consenso  fra tutti gli stati arabima hanno fallito.   Gheddafi in particolar modo  ha avuto parole di fuoco contro i Sauditi.   Perchè? Che gioco  sta facendo Gheddafi?  Che cosa vuole?  Come sempre, Gheddafi ha   comportamenti dissonanti.    Il governo italiano ha raggiunto recentemente un accordo  con  la Libia per  porre fine alle richieste di  compensazioni per  l'aggressione  coloniale.  Anche questo è un gesto  di pacificazione importante da parte di un Paese NATO,  che  vuole appianare i  motivi di  tensione con i  paesi arabi del Medio Oriente.  E  Gheddafi ha accettato  di chiudere il contenzioso. 

-  Gli Usa  hanno truppe in Afghanistan e in Iraq,  alle frontiere  con l'Iran.  Sta all'Iran  scegliere se  alzare il livello dello scontro e arrivare alla guerra,  o  accontentarsi del riconoscimento della sua egemonia regionale,  con conseguente  umiliazione dei leader arabi moderati, e possibili contraccolpi  politici in tutti gli stati arabi.   Le truppe NATO  sono già  in posizione  per una guerra  anche all'Iran.... si ritireranno  se  l'Iran  non  si mostra bellicoso.   Nel frattempo però durante le elezioni in  Afghanistan   e in Iran  le truppe NATO in  Afghanistan  saranno  più numerose:  se ne andranno  dopo le elezioni?  Sta all'Iran   lanciare  il  segnale  di  pace  o  di battaglia.    Le prossime elezioni  in Iran daranno  probabilmente  l'indicazione di che  via  scelgono gli ayatollah.

-  L'Iran sta negoziando con le autorità irachene  lo smantellamento di campo Ashraf,  cioè  della cittadella  della resistenza iraniana in esilio,  posizionata  in Iraq vicino alle frontiere con l'Iran.   Gli stati Uniti permetteranno  che venga smantellata  Ashraf (la  più forte  organizzazione della resistenza iraniana  in esilio,  formata  dagli ex mujaheddin del popolo),  o fermeranno il governo iracheno,  che pare incline ad accordarsi con  il governo iraniano?  La sorte   di Campo Ashraf   sarà un indicatore importante per  capire  che svolta prenderanno gli eventi globali.

-  Oltre alla resistenza iraniana in esilio in Iraq,  l'altra pedina  debole del gioco,  che  i contendenti più forti sono pronti a sacrificare,  è Israele.   L'occidente  è  probabilmente  pronto a prendere in considerazione il  sacrificio  di  Israele  agli  Arabi  per  neutralizzare la minaccia iraniana,  o a sacrificarla  anche  direttamente agli Iraniani  se questo bastasse a  renderli  davvero innocui.    Già oggi il nostro ministro Frattini ha invitato Israele a cedere il Golan alla  Siria  (tanto  ci rimette la sicurezza di Israele, mica ancora  la nostra...).

Però  Israele  è anche un alleato forte per la guerra all'Iran,  se la guerra si  prospettasse come  inevitabile.   Dunque  è probabile  che  tutto l'occidente  (oltre alla Turchia)  chieda a gran voce a Israele di  cedere,   ma non faccia poi molto  per indebolire davvero  Israele.  Aspettiamoci ora una  sgradevole campagna  di attacchi  verbali contro  il governo d'Israele anche in  Europa: propaganda   per   corteggiare   l'opinione pubblica araba.   Ma  lo stato di Israele sarà  davvero in pericolo soltanto se l'Occidente  deciderà  di  pacificare  l'Iran  a tutti i costi,  anche  mettendo  a rischio il  proprio  futuro,  pur di evitare   la guerra subito.

-  C'è poi  l' incognita del Pakistan.  Se  i generali e il governo  del Pakistan  capiscono  che  in una guerra più ampia il loro paese   verrebbe  probabilmente disgregato  a  favore dell'India,  forse  ritrovano  consonanza d'intenti e provano a  mettere  davvero un freno al jihadismo islamista.    Saranno in grado di farlo?  Promettendo aiuti  economici per cinque anni,  Obama ha dato ai Pakistani un incentivo   a schierarsi  con  la NATO,  ed ha fatto un gesto  di fiducia nei confronti dei dirigenti pachistani.  

 Rimane da  vedere come evolverà la crisi economica e finanziaria,  che indebolisce  l'Occidente.   Ma non soltanto l'Occidente.  Tutto il mondo (Cina inclusa) ha interesse  a far finta che  il mondo finanziario sia solido e il mercato si auto-regoli davvero.   Perciò  il  mondo  gioca d'azzardo:  non c'è  alternativa.  

giovedì, 08 marzo 2007
author: lonesheq76 @ 16:38
category: israele confini del coraggio
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Dal GIORNALE dell'8 marzo 2007, un brano dell'ultimo libro di Fiamma Nirenstein, Israele siamo noi (Rizzoli)

La nuova antropologia dell’Occidente a rischio, che anche se ci bendiamo gli occhi vive immerso nello scontro delle civiltà, si deve mutare in prospettiva - che gli piaccia o no - nel volto dello Stato ebraico, del sionismo stesso, che disegna oggi un modello: quello di una democrazia in guerra. Israele è sul confine, noi nelle retrovie, ma siamo nella stessa condizione: dobbiamo conservare il rispetto del diritto, unito alla determinazione a difendere se stessi e i propri cari senza remissione.
È perché questo è vita quotidiana, è perché se un terrorista suicida viene identificato deve esserci qualcuno intorno, e c’è sempre, pronto a gettarglisi addosso e a scoppiare con lui pur di spingerlo lontano dalla comunità: è per questo che si è definito un carattere nazionale nuovo, che consente di difendersi, senza perdere di vista la cultura dei diritti. Il coraggio è una conseguenza di questa educazione: quando piovono le katiushe su Naharia e Haifa, i sindaci hanno un grande problema, come convincere i cittadini a entrare nei rifugi quando la sirena annuncia il prossimo missile: «Tanti saluti a Nasrallah, lo invitiamo a venirsi a godere il mare di Naharia, invece di tirarci le bombe. Noi, comunque, che lo sappia bene, non ci muoviamo di qui, non ci fa paura», fa il bullo alla radio un cittadino che racconta di non aver rinunciato alla sua nuotata quotidiana.
Il tono degli israeliani alla radio è diverso dal nostro fin nelle voci degli speaker: è grave e determinato quando si parla della gente e dei suoi drammi; resta scherzoso e ironico e molto scettico nel racconto delle scelte del potere, ma conserva delle inflessioni militari, riflette ammirazione per l’eroismo dei soldati, disprezzo per le dichiarazioni antisemite di Ahmadinejad, determinazione nel non sopportare le minacce continue di Hamas; quando riferisce che il ministro degli Esteri palestinese Al Zahar ha detto che lui sogna di attaccare alla sua parete una carta geografica senza lo Stato d’Israele, un po’ gli viene da ridere, un po’ si sente che è arrabbiato sul serio. Quando c’è scontro fra opinioni, è radicale, diretto e feroce. Ma c’è un sottinteso che presso di noi non esiste, ed è che i due o i tre che litigano alla fine abitano nella stessa casa che deve essere salvata dal fuoco.
Spesso la persona che oggi discute alla radio di politica è stata, nel passato, come Ehud Barak o Bibi Netanyahu, membro della Sayyeret Matkal, l’unità speciale di combattimento, che ha salvato ostaggi sugli aerei e compiuto missioni molto difficili all’estero. Tutti parlano della guerra per esperienza diretta, nessuno si fregia di idee buoniste. Ephraim Sneh, un signore piuttosto grassoccio che è stato viceministro della Difesa al tempo di Rabin, oggi deputato dei laburisti, che alla radio dice le sue opinioni con poche parole borbottate, è stato il medico al seguito della missione a Entebbe. Fra i giovani che incontri a una conferenza o in discoteca, parecchi servono in unità dove le azioni che richiedono un coraggio quasi impraticabile sono la norma. I mistaravim, per esempio, infiltrati fra i palestinesi e nei Paesi arabi, possono per giorni fingersi parte di comunità locali parlandone la lingua e interpretandone perfettamente usi e costumi, fino a che compiono d’un tratto un rapimento o fuggono dopo aver carpito informazioni decisive. La doppia lettura delle parole di un interlocutore che si esprime sui media è centrale nel peso che di fatto, anche senza esserne consapevole, gli dà il pubblico. La radio, la tv, trasmettono, per così dire, sempre fatti oltre che discorsi e questo rende gli ascoltatori, i cittadini, meno manipolabili. Il riscontro è sempre nella storia recente.
I cittadini di Gerusalemme mandano a dire, sempre per radio, a quelli di Haifa che nei giorni in cui il terrorismo suicida non ha risparmiato un angolo, nessuno è scappato da Gerusalemme: «Non vi muovete neanche voi, tenete la posizione, noi vi abbracciamo, come il momento brutto è passato da noi, passerà anche là. Andrà tutto bene, iyyè be-seder». Shkedi, oggi comandante dell’aviazione, figlio di un sopravvissuto dell’Olocausto, dice: «Quando ho conquistato le ali, il giorno in cui a vent’anni sono divenuto pilota, ho sentito che stavo facendo qualcosa che restituiva significato alla vita di mio padre». Il pilota militare che mi ha raccontato che una volta ha fermato un’azione di eliminazione mirata perseguita per mesi perché è uscita una donna da un portone, molte altre azioni, invece, racconta tranquillo, le ha portate a termine: «Perché mi dispiace premere il grilletto, ma mi dispiace molto di più quando salta per aria un autobus perché non l’ho premuto».
La vita di confine che Israele vive non potrebbe continuare senza tutte queste facce della medaglia, senza l’impasto della cultura democratica e dei diritti umani tipici delle democrazie, con la lezione di una vita difficile. Anche le madri devono sapere sopportare per i tre anni della ferma e per tutte le chiamate nelle riserve, anno dopo anno, devono fronteggiare l’evento sconvolgente che il bambino di diciotto anni sia al fronte in condizione di pericolo di vita. Quel figlio, come da noi, è tutto per lei, e la democrazia non consente di costruire ideologie retoriche e guerrafondaie in cui i ragazzi invece che fini diventano mezzi.
Il bambino resta tale anche quando è in missione, non diventa mai uno strumento di Dio o del Popolo. Ma la madre, magari dopo aver scelto di partecipare a tutte le organizzazioni e a tutte le manifestazioni contro la guerra, alla fine è patriotticamente al suo fianco, sostiene il figlio e l’esercito. I cantanti pacifisti durante la guerra si pregiano di esibirsi per la Tzavà.
Il Paese resta unito anche durante uno scontro interno senza quartiere come quello che si è svolto a Gaza nell’agosto 2005, al tempo dello sgombero, dove non a caso il testa a testa dei coloni con l’esercito si è concluso senza morti e feriti. «Io ho ragione perché adempio a una legge dello Stato», ho sentito un soldato dire a un giovane colono che gli rispondeva: «Io ho ragione perché eseguo la volontà di Dio». Dopo questo perentorio scambio di idee, il colono si è lasciato trascinare al pul-lman che per sempre lo sradicava da casa sua. Il primo dovere dell’uomo che sa combattere il terrorismo è la condivisione delle scelte della democrazia: la regola della legge fornisce il ritmo, ma la sopravvivenza è il leitmotiv. Questa melodia è la caratteristica dell’uomo sionista odierno.
          di Fiamma Nirenstein
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